Dadi si, dadi no
Questo forse è uno dei dilemmi più amletiani del mondo dei giochi. La discussione sulla eliminazione degli elementi casuali nei giochi è sempre viva, e viene sempre associata all’uso dei dadi.
Alcuni interessantissimi tentativi negli anni novanta con i giochi di ruolo, ha prodotti giochi con la meccanica storytelling, dove il racconto del “master” diventa principale e dove gli esiti delle decisioni dei giocatori vengono decise con sistemi diversi da quello del semplice tiro di dado.
Penso che in realtà dietro alla scelta di dadi si dadi no, si nasconda una profonda e diversa perrcezione della vita.
Chi accetta la presenza dei dai, in qualche modo accetta che non tutta la propria realtà si dominabile, cioè che non è in grado di dominare il Tutto. Perciò accetta l’imponderabile.
Chi invece preferisci i giochi senza casualità in qualche modo ritiene che se fosse tutto costruito secondo una logica acquisibile e governabile, tutto sarebbe lecito. In pratica il più competente/bravo vince senza che la casualità lo metta in secondo piano.
La tentazione ingegneristica, la chiamerei così, non risponde però sia ai luoghi comuni, che fanno parte della cultura popolare, che anche al dato di fatto, cioè che spesso anche la fortuna ha il suo ruolo nella vita.
Va anche detto che l’approccio eccessivamente calcolatore può nascondere una bassa predisposizione al rischio, cioè all’idea che si debba rischiare senza troppi dati, senza troppo calcolo.
Dov’è allora il punto per i giochi?
Senza dimenticarci che le regole di un gioco sono la metafora di un sistema che vogliamo esprimere, probabilmente ognuno di noi tende al gioco che più si confà al suo modo di essere e di pensare.